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   <title>Art Insight.it</title>
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   <updated>2008-11-25T13:03:16Z</updated>
   <subtitle>L&apos;arte oltrepassa i limiti della ragione, della scienza e di tutto ciò che ne vuole dare una spiegazione. L&apos;arte è sì emozione, intuito e come tale non spiegabile nè da formule filosofiche nè da codici interpretativi; è sì solo intuibile dalla propria e unica esperienza emotiva, ma in ogni caso e in ogni luogo e tempo l&apos;arte, per la sua universalità, può essere considerata, nella sua essenza, un veicolo di comunicazione, un linguaggio, che può usare strumenti semantici di diversa natura (la pittura, la scultura, l&apos;immagine, il suono...), strumenti diversi, ma che hanno un unico fine: comunicare.

Forse è un&apos;idea impegnativa, come impegnativo è sicuramente cercare un modo di creare un luogo in cui si propone tale visuale interpretativa, raccogliendo esperienze e idee trasversali, condividendo intuizioni, creatività ed energie comunicative dell&apos;arte, in ogni sua espressione.

Ma questa è la nostra visione e questo è il luogo.</subtitle>

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   <title>World Press Photo 2007</title>
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   <published>2008-11-25T12:58:06Z</published>
   <updated>2008-11-25T13:03:16Z</updated>
   
   <summary>Le immagine premiate dal World Press Photo 2007 </summary>
   <author>
      <name>Manuela Pietrini</name>
      
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         <category term="Eventi" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#category" />
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   <category term="812" label="Balazs Gardi" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
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   <category term="820" label="Christopher Anderson" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
   <category term="816" label="John Moore" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
   <category term="822" label="Lana Šlević" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
   <category term="824" label="Stanley Greene" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
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   <category term="814" label="Vanessa Winship" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
   
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      Per la prima volta a Torino vengono esposte le immagine premiate dal World Press Photo: ed è un’esperienza assoluta nell’arte della fotografia, del racconto per immagini.
      <![CDATA[Ogni anno la World Press Foundation assegna uno dei più importanti riconoscimenti nell’ambito del fotogiornalismo: le fotografie premiate “vanno in tournée” durante l’anno successivo, musei e gallerie di tutto il mondo espongono queste bellissime immagini (per informazioni sulle prossime tappe, sul concorso e sulla Fondazione: <a href="http://www.worldpressphoto.org">www.worldpressphoto.org</a>).

A Torino la mostra è visitabile ancora per pochi giorni al Museo di scienze naturali: notizie, reportage, vita quotidiana, natura, sport. In un’unica sala si può fare il giro del mondo (Cina, Russia, Congo, Israele, India, Venezuela, Afghanistan…), lasciando che siano queste immagini intense, difficili a volte, a raccontare la vita, con poesia ma senza fare sconti alla realtà.
Tante le foto, troppe per essere ricordate tutte, anche se ne varrebbe la pena. Bianco e nero o colore dipingono paesaggi e volti: con precisione sconcertante sono immortalati dolore, rabbia, passione, speranza, dignità, violenza. Ci sono i bambini: con lo sguardo smarrito, che ferisce chi lo guarda, in Afghanistan, nel bellissimo reportage dell’ungherese Balazs Gardi; con il sorriso negli occhi, invece, le bambine della Turchia rurale – fotografate da Vanessa Winship – che grazie alla campagna “Andiamo a scuola” possono studiare. E ci sono i ritratti degli adulti: Benazir Bhutto, dopo un comizio poco prima di morire (foto di John Moore), i prigionieri iracheni con gli occhi bendati (foto di Benjamin Lowy), gli abitanti di Betlemme israeliani e palestinesi (foto di Christopher Anderson). E ancora i ritratti, belli, delle bellissime donne di Kabul, che non sorridono (foto di Lana Šlević). L’umanità.

La guerra in queste foto è raccontata molto, in molti modi: una foto in bianco e nero, di Stanley Greene, ritrae un disegno fatto sulla sabbia. Ma il disegno, in realtà, ritrae l’attacco di un villaggio in Darfur e la mano – che non si vede – che ha tracciato le linee è quella di un sopravvissuto. La guerra è raccontata quasi senza tregua (perché non c’è tregua?).
Tra le molte fotografie memorabili ognuno potrà trovare la “propria”, la giuria internazionale ha scelto quella dell’inglese Tim Hetherington – sfuocata, come se il fotografo avesse sentito l’urgenza di fermare esattamente quell’istante: un soldato americano durante una pausa tra i combattimenti nella Valle di Korengal, in Afghanistan, un uomo che sembra aver perso qualcosa di sé, definitivamente.

saMP (Manuela Pietrini)

Museo di scienze naturali (Via Giolitti, Torino; tel. 011.4320.73.02)
lunedì-martedì-mercoledì: 9.00-21.00
giovedì-venerdì-sabato: 9.00-23.00
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   <title>Il celeste impero. Dall&apos;esercito di terracotta alla via della seta.</title>
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   <published>2008-10-10T17:26:38Z</published>
   <updated>2008-10-10T17:27:40Z</updated>
   
   <summary>L’esposizione torinese prova a raccontare quasi mille anni di storia cinese (221 a.C. - 907 d.C.) dalla dinastia Qing alla dinastia Tang, attraverso un interessante percorso artistico....</summary>
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      <name>Manuela Pietrini</name>
      
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      L’esposizione torinese prova a raccontare quasi mille anni di storia cinese (221 a.C. - 907 d.C.) dalla dinastia Qing alla dinastia Tang, attraverso un interessante percorso artistico. 
      Arrivati al Museo delle Antichità si viene accolti da 6 guerrieri di terracotta dell’esercito che furono creati per la tomba monumentale dell’imperatore  Qin Shi Huang (il primo imperatore della Cina unificata), e poco dopo dal Buddha Maitreya delle grotte di Longmen (alto 2 metri): è un impatto notevole, con opere grandiose. L’una ci racconta della nascita dell’Impero, l’altra dell’equilibrio raggiunto dalla dinastia Tang quasi mille anni dopo.
Oltre alle opere più imponenti sono interessanti quelle più minute ma non meno preziose, come le lacche del corredo funebre della Marchesa di Dai, i reperti in oro e argento del corredo funebre del re Liu Sheng, i bronzi che rappresentano cavalieri e cavalli (svelando un antichissimo uso della staffa). Molto belle anche le pitture parietali e i pannelli del sarcofago di un aristocratico della Cina settentrionale che chiudono la mostra.

Oltre al valore artistico dei reperti esposti, alla varietà (bronzi, terracotte, lacche, porcellane, “murales”…), l’interesse principale di questa mostra mi è sembrato poter essere individuato nel tentativo di costruire un percorso storico-culturale di un paese lontano, in un  tempo in cui i contatti tra popoli diversi erano numerosi, lungo la via della seta, e fecondi di contaminazioni (proprio gli ori e gli argenti testimoniano di contatti con la cultura persiana): come per la mostra sui tesori ritrovati dell’Afghanistan (del 2007, sempre al Museo delle Antichità di Torino), che narrava dei molti contatti tra l’occidente greco-romano e l’oriente indiano. È affascinante sentir raccontare di come il buddhismo si sia ritagliato uno spazio nel paese del confucianesimo, e come abbiamo convissuto poi con il taoismo e lo zoroastrismo: ed è affascinante ritrovare nelle opere il segno di questa convivenza.
Per godere davvero di questa passeggiata nella storia bisogna, però, scegliere la visita guidata: il rischio che si corre altrimenti è di non riuscire collocare culturalmente le opere, e quindi non riuscire a trovar loro una chiave di lettura.
saMP (Manuela Pietrini)


Museo di Antichità di Torino, Piazza S. Giovanni, fino al 16 novembre 2008. 
[da martedì a domenica dalle 8:30 alle 19:30; giovedì e sabato fino alle 23:00, chiuso lunedì]
www.museoantichita.it

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   <title>Europeana</title>
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   <published>2008-09-09T22:51:09Z</published>
   <updated>2008-09-09T22:57:16Z</updated>
   
   <summary>Un breve soggiorno a Palermo mi ha fatto scoprire un breve testo: “Europeana” di Patrik Ouředník. Un libro che in poche pagine prova a raccontare la storia del XX secolo: un testo di storia, quindi, ma anche – e soprattutto...</summary>
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      <name>Domenico Amodeo</name>
      
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      Un breve soggiorno a Palermo mi ha fatto scoprire un breve testo: “Europeana” di Patrik Ouředník.
Un libro che in poche pagine prova a raccontare la storia del XX secolo: un testo di storia, quindi, ma anche – e soprattutto mi è parso – una sorta di Bildungsroman del nostro tempo.
      <![CDATA[È un tentativo audace quello dello scrittore ceco: narrare il secolo appena finito scegliendo di abbozzare appena fatti e dati, ricordandoci però idee o ideologie che lo hanno caratterizzato. Audace anche nella forma, con l’omissione della punteggiatura salvo l’uso del punto: un implacabile Stream of Consciousness storico.

Ouředník in effetti tritura la storia: mescola tragedie e piccolezze, trasformando quasi tutto in farsa. La descrizione degli orrori che il secolo ha visto è affiancata, con apparente banalità, all’imporsi dell’uso del reggiseno, del gioco della Barbie, alla paura del Millennium Bug; manifesti politici e pubblicitari si succedono in un flusso fintamente ingenuo, come se davvero non ci fosse differenza tra essi.
La descrizione dell’autore è approssimativa, ma proprio una certa superficialità mi pare sia il punto di forza e di interesse di questo libro. Nazionalismo, pacifismo, colonialismo, movimento hippy, femminismo, nazismo-fascismo-comunismo, consumismo, fondamentalismo religioso, e sociologia, psicologia, criminologia, antropologia: idee, movimenti, scienza e scienze sociali, in questa descrizione volutamente appiattita del nostro passato paiono un cumulo di scempiaggini. Le affermazioni più roboanti e assolutiste della nostra società vengono così smascherate come sciocche e irragionevoli. La storia smette di avere significato, perché in realtà non fa che ripetersi? E smettono di avere significato e pregnanza le categorie con cui la storia viene interpretata?

La sensazione che mi è rimasta addosso è di un libro a tesi: “smontando” le grandi tesi storiche con il meccanismo del grottesco, Ouředník sostiene la sua tesi, ogni certezza assoluta è insensata. E così le tragedie che l’autore rammenta sembrano dissennate senza appello: insensate, ma più crudamente insensate, le morti, le torture, gli esperimenti di eugenetica, i genocidi, le deportazioni… e la storia, la narrazione della storia – per paradosso – diventa allora fondamentale per cercare di spezzare il “ricorso storico”. Per non lasciarsi più imbambolare da proclami di verità assolute, che di assoluto alla luce del passare del tempo non hanno assolutamente nulla.

“Europeana”, Patrik Ouředník, :duepunti edizioni, Palermo 2005

saMP (Manuela Pietrini) - <a href="mailto:manuela.pietrini@artinsight.it">manuela.pietrini@artinsight.it</a>]]>
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   <title>Gomorra</title>
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   <published>2008-05-27T10:45:25Z</published>
   <updated>2008-05-27T10:50:39Z</updated>
   
   <summary>Gomorra è una delle due città che Dio distrugge con una pioggia di fuoco per punirne la malvagità (Matteo, 10,15): ma “Gomorra” è anche un libro di Roberto Saviano e il film che Matteo Garrone ha tratto dal libro....</summary>
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      Gomorra è una delle due città che Dio distrugge con una pioggia di fuoco per punirne la malvagità (Matteo, 10,15): ma “Gomorra” è anche un libro di Roberto Saviano e il film che Matteo Garrone ha tratto dal libro.
      <![CDATA[Un film che definirei efficace. E poi violento, essenziale, duro, necessario, difficile, bello. Molti avranno letto il libro, molti di più avranno sentito parlare dell’autore: Saviano vive sotto scorta da quando ha pubblicato questa denuncia del ‘sistema’, come la camorra definisce se stessa.
Certo non è la prima volta che si parla di camorra, ma c’è qualcosa di nuovo nella ‘assolutezza’ con cui Saviano ne scrive: e questo qualcosa di nuovo quasi esplode sul grande schermo. Garrone racconta un luogo in cui non c’è Stato ma c’è il ‘sistema’, appunto; non c’è bellezza, ma c’è sopraffazione; non c’è cultura se non quella che impone la legge del più forte, e dove la forza si misura in ferocia.
Un territorio che somiglia spaventosamente alle zone di guerra – dove la vita umana ha un prezzo ma non valore – in cui l’idea di Stato, e di democrazia, e di libertà sono cancellate dalla violenza.

Questa storia – queste storie: quella del sarto che per pochi soldi confeziona gli abiti delle grandi maison di moda; quella del politicante che gestisce lo smaltimento abusivo dei rifiuti tossici provenienti dal Nord; quella dell’uomo che consegna i soldi alle famiglie di coloro che sono in carcere per la camorra e fedeli alla camorra; quella dei ragazzini che credono di assicurarsi un futuro lavorando per il ‘sistema’, in un luogo in cui l’infanzia non è protetta ma sfruttata – fa sentire rabbiosi e impotenti.

Sia nel libro, sia nel film si è trascinati in questo altro universo – nel libro Saviano narra in prima persona, nel film il regista segue così da vicino gli attori che sembra di camminare al loro fianco – e non si può non chiedersi come vivremmo se vivessimo in quei luoghi: ci piegheremmo al ‘sistema’ o fuggiremmo? Perché si ha la disperata sensazione che la ribellione sia impossibile. Impossibile per il singolo, che certamente verrebbe schiacciato. E la rabbia perché ognuno di quei singoli ha  diritto a uno Stato capace di difendere i propri cittadini, capace di offrire loro un’alternativa: uno Stato che non c’è, e in effetti lo Stato non compare mai nel film.

Sembra poco leggere, o vedere nel buio di una sala, queste storie, ma aiuta a non dimenticare, a non giudicare frettolosamente realtà tanto lontane – ma così vicine, invece. Un viaggio faticoso, anche doloroso, eppure, mi pare, necessario.


Roberto Saviano, Gomorra, Mondatori – Gomorra, regia di Matteo Garrone

saMP (Manuela Pietrini) - <a href="mailto:manuela.pietrini@artinsight.it">manuela.pietrini@artinsight.it</a>

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   <title>Torino Geodesign</title>
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   <published>2008-05-27T10:43:11Z</published>
   <updated>2008-05-27T10:44:40Z</updated>
   
   <summary>La mobilitazione dell’intelligenza collettiva Per informazioni geodesign@torinoworlddesigncapital.it...</summary>
   <author>
      <name>Domenico Amodeo</name>
      
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   <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://www.artinsight.it/blog/">
      <![CDATA[La mobilitazione dell’intelligenza collettiva

Per informazioni <a href="mailto:geodesign@torinoworlddesigncapital.it">geodesign@torinoworlddesigncapital.it</a>

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      <![CDATA[TORINO GEODESIGN è il concorso principale all’interno dell’anno di Torino come Capitale mondiale del Design.

E’ un progetto curato da Stefano Boeri (direttore della rivista ABITARE), Lucia Tozzi e Stefano Mirti. 

E’ un’idea forte.

Un designer, un’azienda e una comunità cittadina collaborano per trovare una soluzione progettuale (e, allo stesso tempo, sociale) a un determinato problema.

Semplice e lineare. 

Come dovrebbe essere sempre un processo virtuoso di conoscenza reciproca, confronto e condivisione di idee. 

E così è stato. 

Si è potuto lavorare tra soggetti che di solito si incontrano solo dopo aver fatto un percorso singolarmente, si è potuto parlare e capirsi a fondo, valutando le opportunità, le scelte, le direzioni più consone ad ogni caso (pensate che i progetti partoriti sono stati 48!) .  

C’è stata la possibilità di conoscere persone nuove di estrazioni e provenienze le più disparate, di adattarsi a esigenze e orari diversi dai soliti, di approfondire problemi che difficilmente ci sarebbero stati sottoposti, di avere a che fare con esigenze concrete e punti di vista disparati. 

Di poter esprimere la propria idea e di vederla realizzata (importantissimo!).

Di poter capire di essere dei privilegiati.

Di godersi una bella e corposa mostra al Palafuksas di Torino fino al 13 giugno.

Andrea Lorenzon - <a href="mailto:andrea.lorenzon@artinsight.it">andrea.lorenzon@artinsight.it</a>
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   <title>Uno giorno perfetto</title>
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   <published>2008-05-10T17:01:28Z</published>
   <updated>2008-05-10T19:54:27Z</updated>
   
   <summary>Il giorno perfetto sono ventiquattro ore a Roma, in un giorno di primavera. La capitale è il palcoscenico sul quale si muovono i protagonisti di questo romanzo accattivante e quasi brutale per la forza con cui riesce a colpire intimamente...</summary>
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      <name>Domenico Amodeo</name>
      
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      Il giorno perfetto sono ventiquattro ore a Roma, in un giorno di primavera. La capitale è il palcoscenico sul quale si muovono i protagonisti di questo romanzo accattivante e quasi brutale per la forza con cui riesce a colpire intimamente il lettore.
      <![CDATA[Una Roma che unisce a sé indissolubilmente per la vita chi ci abita, che si insinua, ti illude e ti abbandona (parafrasando i pensieri del poliziotto scelto Bonocore, uno dei personaggi). Ventiquattro ore durante le quali lo sguardo dell’autore si insinua nel quotidiano dei suoi personaggi ed approfittando di questa “cronaca” ci svela la loro vita ed i loro pensieri più intimi. Tutti i personaggi sono colti nel giorno perfetto, da intendersi come quello che segna una svolta nella vita. Scorrendo le pagine ci si addentra sempre di più nella loro mente: la Mazzucco riesce a farci entrare in confidenza con loro, attraverso un graduale percorso di conoscenza che porta all’instaurarsi di un’empatia profonda tra il lettore ed i protagonisti. 
Due nuclei familiari contrapposti ma simili: il politico in decadimento, la giovane moglie soffocata dallo stile di vita scelto, il figlio primogenito che rifiuta la società in cui vive ed insegue l’anarchia e dall’altra parte il poliziotto della scorta che non si rassegna all’abbandono dei figli e della moglie, quest’ ultima che lotta quotidianamente per la sua dignità e quella dei suoi bambini ed infine il giovane professore idealista ed innamorato. Difficile sintetizzare le caratteristiche di questi personaggi, proprio per l’ “intima” conoscenza che se ne ha dopo aver letto il romanzo.
Un romanzo che ti lascia in bocca una sensazione di amaro perché fa riflettere sull’ intricato elemento umano che sta dietro i fatti del quotidiano, quegli stessi che si rincorrono nei nostri pettegolezzi o nelle pagine di cronaca. L’umanità così ben tratteggiata ci permette di riconoscere in ognuno dei protagonisti delle caratteristiche che ci sono familiari e favorisce la nostra comprensione e l’immedesimazione con le loro vicende. La sensazione che ho provato per un attimo giunta all’ultima pagina del libro è stata quella di riemergere da un sogno, problematico e crudele, e proprio per questo così vero.


Melania Mazzucco, “Un giorno perfetto”, Rizzoli, 2005, p.414 € 18.00


Francesca Pasini - <a href="mailto:francesca.pasini@artinsight.it">francesca.pasini@artinsight.it</a>
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   <title>Hard Candy</title>
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   <published>2008-05-09T16:59:25Z</published>
   <updated>2008-05-09T17:00:53Z</updated>
   
   <summary>Il nuovo disco di Madonna www.madonna.com Hard Candy (un ossimoro traducibile come “dolce durezza” o “dura dolcezza”) è l’undicesimo disco di studio di Madonna....</summary>
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      <name>Domenico Amodeo</name>
      
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   <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://www.artinsight.it/blog/">
      <![CDATA[Il nuovo disco di Madonna

<a href="http://www.madonna.com">www.madonna.com</a> 

Hard Candy (un ossimoro traducibile come “dolce durezza” o “dura dolcezza”) è l’undicesimo disco di studio di Madonna.]]>
      <![CDATA[L’ultimo con la Warner Bros che è stata da sempre la sua casa discografica ma che non lo sarà più dopo questo lavoro. Anche Madonna si mette in proprio (insieme al colosso Live Nation) e parteciperà direttamente a tutte le fasi di produzione e realizzazione dei prossimi cd e dei prossimi concerti. Oltre a trarre maggiori proventi da vendite di merchandising e annessi. In questo momento di passaggio, ma in corrispondenza di una data importante come sarà il suo cinquantesimo compleanno il 16 agosto prossimo, Madonna sforna un disco impegnativo.

Prodotto da Timbaland, Justin Timbelake e Pharrell dei Neptunes, Hard Candy risulta un po’ schizofrenico. E’ pieno di suoni, nuovi o ri-contestualizzati, pieno di riferimenti e biforcazioni, di cambi di stile e di registro. E’ spiazzante e proprio per questo difficile al primo ascolto. Difficile perché non ci si ritrova l’unità di intenti di Confessions on a dancefloor del 2005, ma affascinante per questo. Alcune canzoni restano subito in mente (Give it 2 me e She’s not me fra tutte) ma poi ci si trova spiazzati quando a metà della traccia i suoni cambiano repentinamente e prendono altre strade per poi tornare nuovamente al riff iniziale. La mia preferita, finora, Incredibile, è strutturata proprio in questo modo e qui sta la novità del lavoro della Ciccone che, pur lavorando con il gotha della produzione statunitense, fa suo il lavoro come solo lei sa fare!

Nota stonata: Spanish lessons….

Il 6 settembre prossimo la Signora sarà in concerto a Roma. Vedremo come tradurrà live queste strane canzoni. 

Andrea Lorenzon - <a href="mailto:andrea.lorenzon@artinsight.it">andrea.lorenzon@artinsight.it</a>]]>
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   <title>Fabre</title>
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   <published>2008-05-06T15:29:12Z</published>
   <updated>2008-05-06T15:31:35Z</updated>
   
   <summary>(GAM, fino al 2 giugno 2008; mart.-dom. ore 10-18, lunedì chiuso. http://www.gamtorino.it) Presso la Galleria d’arte moderna di Torino è possibile visitare una retrospettiva dedicata al pittore neoclassico François-Xavier Fabre: sono in mostra molti tra disegni e dipinti di questo...</summary>
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      <name>Domenico Amodeo</name>
      
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      <![CDATA[(GAM, fino al 2 giugno 2008; mart.-dom. ore 10-18, lunedì chiuso. <a href="http://www.gamtorino.it">http://www.gamtorino.it</a>)

Presso la Galleria d’arte moderna di Torino è possibile visitare una retrospettiva dedicata al pittore neoclassico François-Xavier Fabre: sono in mostra molti tra disegni e dipinti di questo pittore, che mosse i primi passi e rimase sempre fedele alla scuola di David, e crebbe, però, artisticamente in Italia (prima presso l’Accademia di Francia a Roma, e poi per lungo tempo a Firenze).]]>
      <![CDATA[
Il percorso si snoda tra i dipinti a tema obbligato degli anni romani, i nudi maschili, i grandi quadri di storia, alcune pitture religiose e i ritratti: pur non amando lo stile neoclassico si può godere di queste opere che hanno un grande impatto estetico e che rimandano fortemente all’iconografia italiana.

I nudi maschili, ‘San Sebastiano’, ‘Soldato romano’, ‘Abele morente’ (il cui viso ricorda il ‘David’ michelangiolesco), subito proiettano in un altro tempo: quello in cui era il corpo maschile a raccontare la bellezza della carne, mentre il corpo femminile – salvo rare eccezioni nei grandi quadri storici – era celato. Un tempo in cui il nostro paese appare integro: nei paesaggi di Fabre (come in ‘Veduta di Firenze dalla riva nord dell’Arno’), nonché negli scorci che fanno da sfondo ai ritratti, il gusto classico sposa perfettamente la descrizione della campagna italiana, dipinta in tutta la sua bellezza. Che siano corpi o vedute della Toscana, Fabre cerca la perfezione stilistica: i suoi quadri permettono di immergersi in una visione idilliaca dell’uomo e dei luoghi che egli abita.

Così nei suoi ritratti, genere per cui Fabre è ricordato quando viene ricordato: una lunga serie di ritratti di corte, la corte del Granducato di Toscana appunto, in cui uomini e donne di potere fanno sfoggio delle loro ricchezze. I volti possono dire poco di questi personaggi, ma Fabre ci lascia un’interessante testimonianza di quella società grazie alla cura che mette nel ritrarre abiti, arredi, libri, giochi.
Eppure ci sono momenti in cui il distacco del pittore neoclassico scompare, quando dipinge i suoi amici e protettori, la contessa d’Albany e Vittorio Alfieri: gli sguardi si fanno vivi, presenti. In questi ritratti si può ammirare la capacità di descrivere un mondo con precisione lasciando però spazio alle emozioni: nel dipinto che li ritrae insieme nel loro salotto sono perfettamente identificabili il volume degli ‘Essais’ di Montaigne – indicativo del pensiero politico dei due – e una lettera per l’abate Tommaso presso la Reale accademia delle scienze di Torino, ma ciò che affascina è lo sguardo di Alfieri, che si posa complice e quasi riconoscente sul volto della contessa. E ancora più moderna è la raffigurazione del solo Alfieri, in altro dipinto, in cui con i capelli quasi scarmigliati sembra rivolgere lo sguardo verso il futuro; e ancora in un ritratto in cui ormai vecchio Alfieri appare non domo.
E proprio in questi momenti, in questi “strappi alla regola” si fa più interessante la scoperta dell’opera di Fabre: può diventare una divertente caccia al tesoro visitare la retrospettiva cercando di scoprirne di nuovi.

saMP (Manuela Pietrini) - <a href="mailto:manuela.pietrini@artinsight.it">manuela.pietrini@artinsight.it</a>
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   <title>Piccoli viaggi e grandi scoperte.</title>
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   <published>2008-04-29T19:54:51Z</published>
   <updated>2008-04-29T19:56:56Z</updated>
   
   <summary>In questi giorni qualcuno approfitterà dei “fine settimana lunghi” per concedersi un breve viaggio: se siete tra i fortunati e non avete ancora deciso dove andare, potete consultare un libro che certo non nasce come guida turistica ma che può...</summary>
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      In questi giorni qualcuno approfitterà dei “fine settimana lunghi” per concedersi un breve viaggio: se siete tra i fortunati e non avete ancora deciso dove andare, potete consultare un libro che certo non nasce come guida turistica ma che può diventare una delle più divertenti e interessanti da leggere.

      <![CDATA[Cesare Marchi nel 1988 vinse il Premio Bancarella con il libro ‘Grandi peccatori, grandi cattedrali’ (edito da BUR), libro in cui vengono raccontate le storie di alcuni di questi monumenti: quando e perché vennero costruiti; chi finanziò i lavori; quali lotte di potere si scatenarono all’ombra delle loro mura. Attraverso la storia di queste magnifiche costruzioni Marchi, con leggerezza ma senza superficialità, racconta in realtà il Medioevo. Un’epoca che se ben conosciuta non si può certo definire ‘buia’. 

Fu il tempo delle cattedrali, appunto: fede e mercanzia, misticismo e lussuria, politica e cultura, arte e ingegneria, tutto si incontra in queste case di Dio, che sono però anche le case degli uomini. L’autore scrive che vi si tenevano adunanze politiche, i mercanti vi concludevano affari, gli animali non rimanevano chiusi fuori dai portali, le meretrici vi adescavano clienti. E i comuni gareggiavano per avere la cattedrale più bella, la più imponente: muratori, scalpellini, decoratori si spostavano di città in città, in un’Europa che a tratti nella descrizione di Marchi sembra non conoscere frontiere.
 
Bologna, Chartres, Colonia, Cordoba, Firenze, Genova, Milano, Monreale, Napoli, Parigi, Roma, Siviglia, Venezia, Verona, Vienna: leggendo questo libro viene voglia di visitare o rivisitare  ognuna di queste città, soprattutto di visitarne o rivisitarne le cattedrali, avendo scoperto però aneddoti divertenti e curiosi grazie alla brillante scrittura di Cesare Marchi. Con un rimpianto, forse: non poter rivivere lo spirito del tempo che le ha viste elevarsi. 
 
saMP (Manuela Pietrini) - <a href="mailto:manuela.pietrini@artinsight.it">manuela.pietrini@artinsight.it</a>]]>
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   <title>Transport+</title>
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   <published>2008-04-28T11:09:32Z</published>
   <updated>2008-04-28T11:11:02Z</updated>
   
   <summary>La coppia artistica Canavesi-Galbiati in una mostra nell’innovativo Transport+ Ho scoperto di recente un nuovo spazio per l’arte a Torino grazie alla mostra “Vuoto e materia. Scultura totale” di Claudia Canavesi e Nadia Galbiati. Si tratta di Transport+ e si...</summary>
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      <name>Domenico Amodeo</name>
      
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      La coppia artistica Canavesi-Galbiati in una mostra nell’innovativo Transport+

Ho scoperto di recente un nuovo spazio per l’arte a Torino grazie alla mostra “Vuoto e materia. Scultura totale” di Claudia Canavesi e Nadia Galbiati.  Si tratta di Transport+ e si trova in via Tirreno 19, a Torino. Uno “spazio dinamico” inaugurato a novembre 2007 e nato dalla collaborazione tra la società Transcultural di Barcellona, l’Associazione Passaporto e Fiat 500 all’interno di un’ex officina.
      <![CDATA[ Un ambiente che trae la propria forza del concept che lo anima: essere un contenitore in cui gli artisti possano esprimersi liberamente, interpretando, ma specialmente presentando la propria arte al pubblico senza alcuna “mediazione” o influenza di curatori ed organizzatori. Lo scopo ultimo è quello di fare dialogare direttamente l’artista con il pubblico. Al tempo stesso Transport+ diventa una fucina, in cui scoprire i giovani artisti del panorama artistico contemporaneo.
La mostra attualmente in corso (12-27 aprile 2008) gioca con i 1600 metri cubi del contenitore che viene vissuto come una successione di vuoti e pieni. Il primo impatto è visivo ed è giocato sull’alternanza cromatica scuro/chiaro. La mostra si può suddividere in due aree in cui la prima si caratterizza per la creazione di una stanza dalle pareti candide incise ed il pavimento scuro lastricato, la seconda per la presenza unica ed accentratrice delle sculture, tutte raggruppate nel nucleo dello spazio…quello stesso che nella zona adiacente andiamo a riempire noi fruitori muovendoci all’interno di esso. Un gioco ed un dialogo continuo tra queste due aree e lo spettatore.
In questo caso tra l’altro – e questo è l’elemento che più mi appassiona e che rende Transport+ un’officina dell’arte – tutta l’opera è stata pensata, realizzata ed allestita all’interno di questi 1600 metri cubi. 

TRANSPORT+
Via Tirreno, 19 – Torino

Claudia Canavesi e Nadia Galbiati
Vuoto e materia. Scultura totale
17-27 aprile 2008

Francesca Pasini - <a href="mailto:francesca.pasini@artinsight.it">francesca.pasini@artinsight.it</a>
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   <title>(R)esistere per immagini.</title>
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   <published>2008-04-24T00:35:09Z</published>
   <updated>2008-04-24T00:37:51Z</updated>
   
   <summary>Germano Facetti dalla rappresentazione dei lager alla storia del XX secolo Al Museo Diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà a Torino (http://www.museodiffusotorino.it) è possibile scoprire parte del lavoro, e non solo, di Germano Facetti....</summary>
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      <![CDATA[Germano Facetti dalla rappresentazione dei lager alla storia del XX secolo

Al Museo Diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà a Torino (<a href="http://www.museodiffusotorino.it">http://www.museodiffusotorino.it</a>) è possibile scoprire parte del lavoro, e non solo, di Germano Facetti.]]>
      <![CDATA[Facetti era un grafico: è passata alla storia dell’editoria la sua rivisitazione delle copertine per la Penguin Books negli anni Sessanta; fondamentale la sua collaborazione alla rivista «History of XX Century», che si prefiggeva lo scopo di raccontare la storia attraverso l’uso delle immagini utilizzando le fonti più disparate, non solo i manifesti ma disegni satirici, titoli di giornali e persino francobolli. Importante anche il suo lavoro in pubblicità: è proprio in questo ambito che si comincia a intuire l’uomo, Facetti rifiuta di usare la grafica solo per vendere (“no all’acuto strillo per vendere”, con chiaro riferimento agli strilloni che vendevano i giornali a Londra, città dove ha risieduto per lungo tempo) ma con lo scopo di ‘comunicare’. Divertente La Pub tue: un san Sebastiano trafitto da cartelloni arrotolati. Fino ad arrivare alla collaborazione con Franco Basaglia (lo psichiatra celebre per la legge che porta il suo nome e che abolisce il dispositivo dell'internamento e chiude i manicomi).

Se la mostra si dedicasse solo al lavoro di questo creativo designer sarebbe interessante, divertente pure ma non toccante. Invece, l’opera di Facetti è raccontata come una parentesi tra il tempo dell’internamento a Mathausen-Gusen (nel 1944 viene internato come ‘politico’) e il tempo della testimonianza. Una parentesi che ci dice la voglia di tornare a (ri)vivere dopo l’orrore.
Facetti per anni non racconta: tiene in una vecchia scatola gialla della Kodak (The yellow Box si intitola, infatti, il film intervista di Tony West in cui egli descrive l’inferno del Lager) i disegni fatti a Mathausen, la lista degli indirizzi degli altri internati, le foto dei nazisti fuggiti alla liberazione dei campi – che Facetti trova nelle divise abbandonate –, il braccialetto con il suo numero di matricola (n. 53396).

Ha solo 17 anni, Germano, quando scende all’inferno: ne uscirà con “troppi morti nella memoria” e a un certo punto della sua vita decide che deve raccontare, non la sua storia ma l’intero sistema di sterminio dei campi perché, dice, “ricordati c’è sempre gente che nega i fatti”. Un bisogno di testimoniare che accompagna molti sopravvissuti. Ma Facetti lo fa da uomo che ama le immagini, con le immagini più che con le parole – come invece ci hanno abituati Primo Levi, Imre Kertész o Robert Antelme.
Questa è la prima impressione guardando il video Antiutopia Mathausen-Gusen 1944-1945 (di Paolo Ranieri): Facetti racconta, pensa ad alta voce, ma lo fa per immagini, sempre lo accompagnano le figure. Anche nella storia dell’odio che egli dipana dall’assassionio di Caino e Abele (bellissime le acqueforti che mostra), passando per l’intolleranza per il diverso del Medioevo (incisioni e miniature), per il Terrore francese (le prime pagine dei giornali), fino alla prima guerra mondiale (con l’avvento della foto) e alla propaganda che ne seguì (disegni satirici e l’uso del cinema) fino all’abominio della Shoah e della seconda guerra mondiale. 
E mentre descrive la macchina perfetta dell’odio, mentre rende evidente che questo sentimento accompagna l’uomo da sempre e che non può essere cancellato, Facetti indica la ‘ragione’ come antidoto: “non puoi cancellare l’odio ma lo vuoi sotto controllo: è con la ragione che si può tenere sotto controllo”.

Questo non piegarsi all’odio, alla distruzione, alla vendetta cieca di Facetti, immediatamente mi ha ricordato Etty Hillesum, che ebrea nell’Olanda occupata, e destinata a essere uccisa ad Auschwitz, si ostinerà con forza e intelligenza a sperare che esista anche solo un unico tedesco ‘gentile’: «se anche non rimanesse che un solo tedesco decente, quest’unico tedesco meriterebbe di essere difeso contro quella banda di barbari, e grazie a lui non si avrebbe il diritto di riversare il proprio odio su un popolo intero. Questo non significa che uno sia indulgente nei confronti di determinate tendenze, si deve ben prendere posizione, sdegnarsi per certe cose in certi momenti, provare a capire, ma quell’odio generalizzato è la cosa peggiore che ci sia. È una malattia dell’anima» (Il Diario di Etty Hillesum, Adelphi, 1996). A questo odio generalizzato anche Facetti si oppone, con la forza di chi ha saputo compiere questa scelta.
C’è un richiamo alla nostra umanità: le parole – ma anche lo sguardo – di Facetti obbligano a non dimenticare, e ancora di più a chiederci quale sarebbe la nostra scelta. Impegnativo e toccante.

Fino al 27 aprile 2008 (mar.-dom. 10.00-18.00, gio. 14.00-22.00, lun. chiuso), con ingresso gratuito

saMP (Manuela Pietrini) - <a href="mailto:manuela.pietrini@artinsight.it">manuela.pietrini@artinsight.it</a>
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   <title>XXIII° Torino International GLBT Film Festival</title>
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   <published>2008-04-24T00:26:45Z</published>
   <updated>2008-04-24T00:27:59Z</updated>
   
   <summary>Il 17 aprile al cinema Ideal Cityplex di Torino c’è stata la serata d’apertura del XXIII° “Da Sodoma a Hollywood” Torino International GLBT Film Festival. Il festival dedicato al cinema che tratta tematiche queer è giunto alla sua terza edizione...</summary>
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      Il 17 aprile al cinema Ideal Cityplex di Torino c’è stata la serata d’apertura del XXIII° “Da Sodoma a Hollywood” Torino International GLBT Film Festival. Il festival dedicato al cinema che tratta tematiche queer è giunto alla sua terza edizione sotto la Mole e vanta la gestione ed organizzazione del Museo Nazionale del Cinema.

      <![CDATA[Prendendo a prestito parole di altri “...grazie a uno sguardo acuto e sensibile, anno dopo anno il Festival è cresciuto diventando una delle principali finestre e occasioni di dialogo per la comunità glbt e il grande pubblico”. Ed in effetti io sono una rappresentante del grande pubblico ed ho apprezzato questa manifestazione a cui mai prima mi ero avvicinata, specialmente per l’organizzazione e la comunicazione capillare. A vantaggio di chi non è pienamente consapevole di cosa significhi l’acronimo glbt o il termine queer, ma  che ha sete di conoscenza, consiglio una veloce ed esauriente consultazione – e l’ho provato personalmente – dei vari siti internet che spesso danno anche una sintetica ma esauriente analisi sociale.
La pellicola di apertura del festival è stata Chuecatown di Juan Flahn (2007), una black comedy ambientata nel quartiere madrileno di Chueca dove un agente immobiliare, pur di riuscire a realizzare il suo sogno – trasformare il quartiere in una moderna Soho londinese – uccide le vecchiette proprietarie di appartamenti nella zona e li rivende ristrutturati a coppie gay. L’ultima vittima è la vicina di Rey e Leo, una coppia gay. Rey eredita la casa della vittima e decide di regalarla a sua madre Antonia, che irromperà nella relazione della coppia spinta da un assoluto odio per Leo. Un’altra donna, la stravagante ispettrice Mila, risolverà il caso. 
La proiezione è stata preceduta da alcune performance musicali e di danza, tra le quali meritano di essere sottolineati l’esibizione di Syria e la danza del ventre di Sultan, che personalmente mi ha colpito per l’incredibile abilità…specialmente poiché non rientra nel nostro immaginario che un uomo sia un danzatore del ventre! 
La ricca programmazione del festival prevede oltre alle pellicole in concorso e alla sezione delle panoramiche – entrambe suddivise tra lungometraggi, corti e documentari, 9 pellicole fuori concorso, una retrospettiva sul cinema giapponese “j-ender: big bang love in Japan” che ripercorre il cinema giapponese dagli anni ’60 ad oggi, gli omaggi a Divine, Sébastien Lifshitz, Stanley Kwan, Joe Oppedisano, Parker Williams, Europa mon amour, Classici & Moderni: scelti da Giovanni Minerba, la sezione Voice Over nata tre anni fa per promuovere il cinema più sperimentale, anti-narrativo e la video-arte ed il nuovo premio Nuovi sguardi. 

23° “Da Sodoma a Hollywood”                   
Torino GLBT Film Festival
17/25 Aprile 2008
Ambrosio Cinecafè
Serata di apertura e chiusura all’Ideal Cityplex

Francesca Pasini - <a href="mailto:francesca.pasini@artinsight.it">francesca.pasini@artinsight.it</a>
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   <title>Arman</title>
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   <published>2008-04-19T19:51:53Z</published>
   <updated>2008-04-19T20:01:13Z</updated>
   
   <summary>Si è conclusa da poco a Torino, nello spazio espositivo di Palazzo Bricherasio (www.palazzobricherasio.it) la personale dedicata ad Arman (Armand Pierre Fernandez,1928-2005)....</summary>
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      <name>Domenico Amodeo</name>
      
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   <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://www.artinsight.it/blog/">
      <![CDATA[Si è conclusa da poco a Torino, nello spazio espositivo di Palazzo Bricherasio (<a href="http://www.palazzobricherasio.it">www.palazzobricherasio.it</a>) la personale dedicata ad Arman (Armand Pierre Fernandez,1928-2005).]]>
      <![CDATA[Alla sua morte Umberto Eco scrive in un articolo commemorativo: «[… le sue opere] ci mostrano che anche all'interno del medesimo (tante forchette, tanti occhiali, tanti strumenti musicali) esiste la possibilità di una modulazione del molteplice. Nel forsennato (ma segretamente regolatissimo) gioco dei suoi assemblaggi, in cui ogni oggetto, per un'inclinazione, una deviazione di equilibrio, una rotazione minima, si differenzia dai suoi confratelli, Arman trasforma la monodia dell'identico in sinfonia dell'eterogeneo», parole che gli organizzatori della mostra hanno voluto utilizzare per introdurre all’interessante percorso espositivo. 
Arman, esponente di rilievo del Nouveau Réalisme, nato agli inizi degli anni Sessanta attorno alla figura del critico Pierre Restany, comincia con la pittura ma presto la contamina con la scultura: la sua opera diventa qualcosa di nuovo, non una mera somma di queste tecniche ma un vero e proprio assemblaggio. La sua attenzione si concentra sugli oggetti ‘di strada’:  timbri e pettini e tubetti di dentifricio e strumenti musicali, che vengono spezzati e rotti e riutilizzati e assemblati (le accumulations) fino a creare le poubelles (immondizie ammassate in recipienti trasparenti), vere raccolte di una società che è sì consumista ma che non sa più consumare (dal latino consúmere: ridurre a nulla, distruggere) gli oggetti che crea. Arman, allora, scherza seriamente dando vita a oggetti che possono essere letti, e riletti nelle loro molte riproduzioni, come consumismo dell’arte.

Difficile raccontare in un unico momento espositivo la ricca produzione di questo artista, e ancor più difficile farlo in uno spazio chiuso (basti pensare alle accumulazioni monumentali per esterno a cui lavora fin dagli anni Settanta): gli organizzatori ci provano con l’installazione di un video-intervista in cui Arman ci racconta se stesso e la sua arte, ci mostra le sue grandi opere, ci permette di accompagnarlo mentre cerca i materiali e li rinnova, mostrandoci le tecniche quasi industriali con cui lavora. Un percorso davvero affascinante, con un unico neo: la bella chiaccherata, ovviamente in francese, non è stata sottotitolata. 

La mostra riesce a raggiungere un risultato ottimale e raro: far nascere la curiosità di scoprire altre opere, altri lavori di questo artista: alcune delle quali sono al momento – e fino al 2 maggio –  in esposizione a Padova presso la Galleria d’arte Vecchiato.  

saMP (Manuela Pietrini) - <a href="mailto:manuela.pietrini@artinsight.it">manuela.pietrini@artinsight.it</a>
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   <title>Al di qua del senso del luogo</title>
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   <published>2008-04-15T01:21:48Z</published>
   <updated>2008-04-15T12:23:30Z</updated>
   
   <summary>La nuova mostra nella sezione &quot;Exhibitions&quot;. E’ un gioco, una riflessione che inizia durante un viaggio a Praga, e che prosegue a Berlino, nei pressi di Crotone, in Calabria, in Piemonte, dove vivo, e sui monti Aostani. Un’idea che attraverso...</summary>
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         <category term="Fotografia" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#category" />
   
   
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      <![CDATA[La nuova mostra nella sezione "<a href="http://www.artinsight.it/exhibitions/">Exhibitions</a>".
E’ un gioco, una riflessione che inizia durante un viaggio a Praga, e che prosegue a Berlino, nei pressi di Crotone, in Calabria, in Piemonte, dove vivo, e sui monti Aostani.
Un’idea che attraverso la macchina fotografica si potessero cogliere punti di vista universali, ma nel contempo, intimi al luogo in cui essi materialmente si legano.

<a href="http://www.artinsight.it/images/Berlino-Incontri.jpg"><img alt="Berlino-Incontri.jpg" src="http://www.artinsight.it/images/Berlino-Incontri-thumb.jpg" width="240" height="180" /></a>]]>
      <![CDATA[Dettagli, ombre, luci, architetture e atmosfere uniche in quanto appartenenti a quel luogo e a nessun altro, tanto che a volte è immediato cogliere da un solo dettaglio l’identità a cui appartiene.
Ma la forza dell’immagine, nella sua immobile potenza rappresentativa, a mio avviso, sta nel tempo che essa ci offre, tutto il tempo che vogliamo, per leggere dentro di lei, per capire la sua natura e per percepire, se esiste, l’intento di chi ha racchiuso quello spazio, quella realtà, nella sua rappresentazione (come direbbe Magritte), congelandolo in quel unico eppure così immenso istante.
Rappresentazione che può assumere un ruolo che prescinde dallo stesso rappresentato, a volte lo annulla o lo sostituisce con concettualità diverse, idee, sensazioni, emozioni, in quanto fine ultimo, questo, dell’autore.

Se mi concedete una trasposizione nella linguistica semantica, il significato varia a seconda non del significante, ma dell'efficacia relazionale con l’interlocutore.

<a href="http://www.artinsight.it/images/LeCastella-OmbreBlu.jpg"><img alt="LeCastella-OmbreBlu.jpg" src="http://www.artinsight.it/images/LeCastella-OmbreBlu-thumb.jpg" width="240" height="180" /></a>

Ma la relatività comunicazionale non così insensibile, come potrebbe far pensare che io creda ciò che scrivo poche righe prima, alla natura compositiva del “rappresentante”, che in quanto veicolo è elemento fondamentale nel processo interpretativo della rappresentazione. Con semplicità quindi l’immagine assume il ruolo di segno e un conseguente potenziale (ma non necessario) linguaggio espressivo.

Ecco il concetto di arte, a mio avviso, nella fotografia.

Domenico Amodeo - <a href="mailto:domenico.amodeo@artinsight.it">domenico.amodeo@artinsight.it</a>
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   <title>Canaletto e Bellotto</title>
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   <published>2008-03-31T01:14:08Z</published>
   <updated>2008-03-31T02:01:39Z</updated>
   
   <summary>A Torino, Palazzo Bricherasio www.palazzobricherasio.it la mostra di due straordinari &quot;vedutisti&quot; del &apos;700. Dal 14 marzo al 15 giugno 2008. La mostra ci offre una straordinaria occasione, forse unica nel suo genere, di poter ammirare i capolavori di due artisti...</summary>
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      <name>Domenico Amodeo</name>
      
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   <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://www.artinsight.it/blog/">
      <![CDATA[A Torino, Palazzo Bricherasio <a href="http://www.palazzobricherasio.it">www.palazzobricherasio.it</a> la mostra di due straordinari "vedutisti" del '700.

Dal 14 marzo al 15 giugno 2008.

La mostra ci offre una straordinaria occasione, forse unica nel suo genere, di poter ammirare i capolavori di due artisti legati nel "sangue" e nella "tela", se mi concedete il gioco. Si tratta di Antonio Canal (detto Canaletto) e di suo nipote Bernardo Bellotto.]]>
      <![CDATA[Entrambi autori di quadri incredibilmente verosimili e con dettagli quasi fotografici di vedute, prospettive architettoniche e panorami, in particolare di Venezia... e spesso autori delle "stesse vedute"...
In effetti la realizzazione dei disegni era eseguita spesso con l'ausilio di uno strumento ottico (camera ottica) che proiettava attraverso un particolare sistema di lenti e specchi, un'immagine che poi veniva riprodotta sulla tela. Una vera e propria "macchina fotografica" in effetti ma in cui la pellicola veniva impressa non dalla luce, ma dalle matite e dai pennelli dell'artista...

Durante la visita mi intrigava parecchio confrontare le coppie di tele dei due artisti a volte così simili da poter difficilmente riconoscere le diversità, da una certa distanza.... mentre l'avvicinarsi offriva agli occhi tecniche, profondità di colore e dettagli tali al punto che mi risultava semplice il gioco di anticipare l'attribuzione di un dipinto a Canaletto (più soffuso e morbido nel tratto) o a Bellotto (più deciso e marcato).
Mi sono molto divertito.

Forse il dipinto che più mi ha colpito è un'opera di Canaletto: "Old Walton Bridge" - di casa a Londra, alla Dulwitch Picture Gallery. Il bianco della struttura del ponte sembra emanasse una luce quasi magica, in contrasto con un magnifico cielo plumbeo che con le sue nuvole possenti donava una forza straordiaria "all'aria che potevo distintamente respirare dal dipinto"...

Uno degli aspetti che ho trovato più interessanti era ammirare da vicino alcuni quadri, a volte anche molto grandi in dimensioni, che mi rivelavano le pennellate finissime e a volte puntiformi, che evidenziavano la grande cura nella riproduzione del dettaglio (ad esempio il viso di piccolissime figure di persone), ma inevitabilmente imperfetto se osservato da quella distanza così ravvicinata, ma che assumeva un ruolo perfettamente armonico e vitale nell'insieme compositivo quando mi allontanavo dal dipinto, condotto quasi impercettibilmente dal dettaglio e dalla singola pennellata alla visione olistica rappresentativa in cui il singolo segno magicamente si fondeva con gli altri per proiettarmi direttamente nel significato (il rappresentato) - ecco apparirmi quindi la piazza con le persone "vive" e caratterizzate da una loro inequivocabile fisionomia e fisicità, la vita che quasi in movimento (seppure racchiusa nell'"istantanea") scorre tra i canali di Venezia, le architetture che si susseguono in prospettive coinvolgenti... prospettive che a volte mi rendevano talmente partecipe da sentirmi quasi proiettato e assorbito nel quadro...

Davvero un'esperienza da non perdere!

Ci saranno anche diversi appuntamenti di approfondimento e incontri ("Conversazioni d'arte a Palazzo") e in particolare per chi fosse interessato ad approfondire il tema tecnico legato alla camera ottica consiglio di non perdere l'appuntamento di <strong>giovedì, 8 maggio, ore 18:30 "I vedutisti e la camera ottica: i trucchi e gli espedienti della loro pittura."</strong>
Ma ci sono anche altri appuntamenti in cui si affrontano tematiche interessanti e per info vi invito a visitare il sito ufficiale  <a href="http://www.palazzobricherasio.it">www.palazzobricherasio.it</a>

Domenico Amodeo - <a href="mailto:domenico.amodeo@artinsight.it ">domenico.amodeo@artinsight.it </a>]]>
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